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Recensione a…. “Pani e Meri”

C’è un romanzo di un certo Knut Hamsun, scrittore nordico premio Nobel per la Letteratura nel 1920, che scrisse nel 1890 un romanzo cult intitolato FAME, che ho cercato per molto tempo e che infine ho trovato, letto e considerato un piccolo capolavoro. Parla dei solitari deliri e le tortuose riflessioni di un giovane scrittore errante nella vita urbana, accompagnato dalla sua inesorabile antagonista, la fame.

Leggendo PANI E MERI, più volte mi è venuto in mente, più volte ho pensato alla fame, che non è fame intellettuale dell’artista citato, ma fame vera, tortura vera, fisica come la racconta Federico nella parte centrale del romanzo.

Ma andiamo con ordine cercando di fissare le impressioni che via via ho avuto leggendo il vostro piccolo ( si fa per dire ) capolavoro, facendo bruciare la cena sul fuoco, dimenticando di chiamare mia madre come tutte le sere, e sentendo il suo bonario rimprovero “ come mai non hai ancora chiamato ? “ . “ Mi sono distratta mamma, perdonami, sto leggendo un romanzo che per certi versi racconta di te “.  E allora la vedo, mia madre,  dura come la roccia, vecchia ma viva, sottoposta ai trattamenti chimici più esasperanti,   morta  tre volte e ogni volta risorta, la vedo viva, china sotto un albero grasso di fichi, nella vigna di un altro, a mangiare con gli occhi fissi sui frutti. Mamma! La rimprovero. Non esagerare! Ti fa male!

La fame fa male figlia mia, mi risponde, non la grazia di Dio, quella è  a disposizione di tutti.

Altra storia, altra madre coraggio.

La prima parte l’ho letta d’un fiato. Il racconto di Rita, i baci rubati, l’amore per il suo Federico. I giorni contati, l’attesa, il ritorno, dopo tredici mesi, tre giorni e dodici ore, un’attesa infinita, e noi aspettiamo con Rita. Tenace e caparbia. E finalmente Federico ritorna. L’eroe d’altri tempi che ruba la sua amata al paese e all’affetto dei cari, che la salva dal destino di vedova bianca, ma lo fa secondo le regole. E dunque prima il fidanzamento e poi il matrimonio. Vediamo una Rita minuta, vestita di bianco, che rompe le stesse regole che è tenuta a osservare, rifiutando il costume sardo, il convenzionale. Ora  è in viaggio verso Parigi, al braccio del suo Federico, intirizzita, sotto il tailleur beige e il maglioncino di filo di Scozia, troppo francese per la gente di Girasole, troppo freddo fa al Nord chi se lo aspettava? Girasole- Parigi andata e forse ritorno, non lo sappiamo, dobbiamo leggere il resto, ma come finisce? Aspetta. Andiamo con calma.

Lasciamo la tenera Rita con il suo Federico. Aspettano un figlio.  La casa in cui vivono non è molto grande eppure sembra starci anche un’altra famiglia. Il fratello di Rita, e poi la madre e il padre perfino. Ma chi? Quell’uomo burbero e freddo, geloso della propria bambina? E già. Ora è felice. Passeggia a Parigi con il braccio la sua nipotina. E poi?

Chi parla?

All’improvviso parla il ricordo. Non ce lo aspettiamo. Federico dai muscoli forti, Federico che trasporta sacchi di cemento, calmo, tranquillo e devoto, e soprattutto dolcissimo con la sua dolcissima Rita.

Parla l’infanzia di Federico, sentite, e il racconto prende una piega più forte, pesante come un macigno, perché sappiamo che è vero ciò che leggiamo e perché chi  racconta  non fa sconti a nessuno. Federico bambino, spogliato, sfruttato, tra le grinfie dei meris, che sembrano buoni all’inizio e promettono, soldi e cibo, ma che alla fine non offrono nulla, tranne la fame, maledetta, che sentiamo anche noi tra le pagine di questo avvolgente racconto. Tranne le mamme, sempre dolci, accoglienti, tenere con i loro ometti, che vanno a padrone scalzi e denutriti, per il resto bisogna sgobbare e soffrire o forse pensare alla fuga unica àncora di salvezza che però dura poco, fino a un altro padrone, a un orco che allontana i bambini dai giochi o come dirà Federico ai suoi amici più fortunati che lo invitano  a giocare con loro non posso, soi accordau!

La scrittura è leggera perfino gentile talvolta dato il tema che è tenuta a trattare.

E via via che il racconto prosegue ci si sente più a casa, la casa che Rita e Federico hanno aspettato per anni. Li seguiamo a Parigi, emigriamo con loro, con la fantasia, mentre i veri emigranti fanno fatica, si arrabattano in mille maniere pur di far vivere al meglio la famiglia che cresce. Maria Franca che incontro alla farmacia sotto casa, è proprio lei? Maria Franca, si, la figlia di Rita! Non posso crederci non mi era mai capitato di conoscere la storia di qualcuno attraverso il racconto di sua madre.

Mamma!

Che c’è?

Come ti senti?

Come vuoi che mi senta? Come una attaccata a una macchina.

( Mia madre ci ha provato di nuovo, altro giro altro spavento, e di nuovo, per fortuna fuori pericolo. )

Sai, ho finito quel libro, ti ricordi?

Vagamente. Ma come finisce? E’ bello il finale?

E’ tutto bello, anche il finale, anche se è triste.

Un romanzo funziona quando riesce a farci bruciare la cena e a dimenticare le azioni abituali,  funziona se crediamo in ciò che leggiamo, e ci sentiamo anche noi un po’ amici di Rita e della sua grande famiglia, seduti a prendere il fresco al tramonto, di fronte alla spiaggia di Girasole, e nel vostro, in ciò che io considero il vostro romanzo le due cose avvengono insieme.

Scusate il ritardo! E’ un romanzo bellissimo!

Paola (lettrice)

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